IL TRANELLO DEL GREENWASHING

pericolo greenwashing

Si parla sempre più di Greenwashing, o meglio il tranello del Greenwashing. Neologismo finalmente entrata a far parte del nostro vocabolario, la puoi ritrovare anche nel nostro personalissimo glossario,

Non siamo le prime e non saremo nemmeno le ultime a scriverne a riguardo, ma pensiamo che più se ne parli, più sia possibile riuscire a smascherarlo. Purtroppo si nasconde nelle situazioni più improbabili e noi per prime ci siamo cascate e abbiamo dovuto prendere qualche accorgimento per scovarlo e imparare a riconoscerlo.

Ormai quasi due anni fa, all’inizio del 2020, abbiamo deciso di visitare Maison&Objet, la fiera parigina dell’home decor e dell’interior design.  Armate di tutta la nostra buona volontà, avevamo deciso di cercare e scoprire quei brand che potessero soddisfare la prerogativa di “arredi sostenibili”, per iniziare il nostro processo di divulgazione, di come sia possibile arredare casa in modo sostenibile contrastando la Fast-Furniture. #unpianetadasalvareunacasadaarredare.

Volevamo crearci un primo database di brand da promuovere volontariamente sul nostro profilo instagram @sustainablearchitecturalmarket, che stava per nascere.

Per cui, forti della convinzione che una fiera così famosa e importante ci avrebbe tutelato da eventuali inganni, ci siamo messe a seguire quello che all’interno della fiera, veniva presentato come “Percorso Sostenibilità” (all’interno della mappa degli stand erano segnalati con un S i brand riconosciuti come sostenibili).

In quei due giorni all’interno degli spazi della fiera, avremmo camminato per decine e decine di chilometri, mangiato si e no due panini e parlato con una cinquantina di brand mescolando italiano, inglese e francese (che non parliamo).

E’ stata certamente un’esperienza molto formativa, era la prima volta che ci proponevamo come SAM e dovevamo in qualche modo convincere qualcuno, che il nostro progetto poteva essere per loro un’opportunità. 

Ma è stata anche una grossissima delusione, il tranello del greenwashing era sempre dietro l’angolo.
rottura
picture by Mahdis Mousavi

Innanzitutto l’adesione al “Percorso Sostenibilità”era richiesta dal brand stesso, sulla base di parametri auto valutati. Per cui alla nostra domanda clou, “Perché vi ritenete un brand sostenibile?” ecco il toto risposte che ci ha deluso:

1_ Perché siamo Made in (e Nazione di appartenenza). Benissimo che produciate localmente e non vi appoggiate a manodopera sottopagata proveniente dall’altra parte del mondo. Ma le materie prime che usate da dove provengono e di cosa sono fatte? Come producete, quali sono le vostre emissioni? I vostri dipendenti come li trattate? Ma soprattutto quali sono i vostri obiettivi?

2_ Le materie prime che usiamo sono riciclabili. Ecco riciclabili e perché non riciclate? Chi le ricicla alla fine del ciclo? In questo modo non è il prodotto ad essere sostenibile, ma il suo utilizzatore, se sarà responsabile alla fine nello smaltimento.

3_ Il nostro prodotto è fatto di materie prime naturali. Sì certo, ma è un tavolo in marmo con sedie in pelle. Sulla naturalità non si discute, ma sull’enorme impatto ambientale che produce il reperimento di questi due materiali avremmo qualcosa da ridire.

4_ Abbiamo creato una nuova linea che è sostenibile. Solo una linea di prodotti, quindi tutto il resto della produzione non lo è. 

Ovviamente queste risposte non sono di per sé negative, ma lo diventano nel momento in cui sono l’unica prerogativa che il brand vanta per essere inserito in questo “Percorso Sostenibilità”.

Fortunatamente abbiamo conosciuto anche brand decisamente sostenibili e realmente impegnati in un continuo miglioramento.

Questo ci ha insegnato a non abboccare a tutto ciò che scrive a caratteri cubitali SOSTENIBILE, ECOLOGICO, ECOCOMPATIBILE.

Ed è così che abbiamo capito che dovevamo tutelarci, tutelare la nostra ricerca, per tutelare voi. Sapete come lo facciamo?
non siamo soli
picture by George Pagan

Abbiamo creato un faticosissimo questionario (faticoso per chi lo compila e per noi che lo valutiamo), che sottoponiamo ai brand che selezioniamo. Questo contiene un’ottantina di domande che ci permettono di avere un quadro più completo del brand, che spazia dall’interesse personale alle effettive azioni messe in campo lavorativo. L’errore ci può essere anche così, ma viene sicuramente ridotto.

Infine sapete come si traduce tutta questa ricerca? Nell’etichetta che apponiamo ad ogni prodotto che si chiama il grado di sostenibilità. 

Quando siete alla ricerca di un arredo sostenibile, per sfatare l’eventuale Greenwashing, quali sono le domande che dovete farvi?

Mi stanno fornendo tutte le informazioni che mi servono per valutarlo? A volte alcune informazioni sono volutamente incomplete e omesse (quelle negative).

Le informazioni che mi danno sono vaghe? A volte le informazioni sono volutamente vaghe, sono più che altro degli slogan.

C’è prova di quanto dichiarano sul prodotto? A volte le informazioni non sono riscontrabili.

Le informazioni che mi stanno fornendo sono rilevanti? A volte i brand vantano certificazioni che sono già obbligatorie per legge.

Il miglioramento che dichiarano rende il prodotto veramente migliore di altri? A volte il miglioramento dichiarato è una semplice distrazione e il prodotto rimane peggiore di altri.

Le certificazioni che vantano da che ente provengono? Alcune certificazioni ed etichette sono create dal brand stesso per i suoi prodotti.

Ma prima di tutte queste domande e questa fatica chiedetevi, il prodotto/brand è presente sul sito di samproject.it? Perché lì tutte queste domande ce le siamo già fatte noi!

picture by Matt Botsford
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